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  LUCA PINCINI E GILDA BUTTA'


Two Skies

Compra on-line il CD di Luca Pincini e
Gilda Buttà

Ascolta degli estratti

1. S. Rachmaninov - Sonata for cello and piano in G minor
Primo movimento: Lento – Allegro moderato (Mp3)
2. S. Rachmaninov - Sonata for cello and piano in G minor
Secondo movimento: Allegro scherzando (Mp3)
3. S. Rachmaninov - Sonata for cello and piano in G minor
Secondo movimento: Andante (Mp3)
4. S. Rachmaninov - Sonata for cello and piano in G minor
Secondo movimento: Allegro mosso (Mp3)
5. G. Gershwin
Someone to watch over me (Mp3)
6. G. Gershwin
The man I love (rielaborazioni di Gianni Ferrio) (Mp3)
7. G.Ferrio
Piccolissima serenata (Mp3)

Rachmaninov e Gershwin: Two Skies

Sergej Rachmaninov e George Gershwin: l’uno quintessenza del sentimentalismo tardoromantico, l’altro emblema del mondo sbarazzino dei musical newyorchesi, perennemente in bilico tra musica leggera, jazz e tradizione classica. L’immagine “pubblica” di questi due grandi compositori del ’900 è intrisa di luoghi comuni, che li rendono molto distanti fra loro se non addirittura in aperto contrasto. Ma le visioni musicali di Rachmaninov e Gershwin sono più vicine, in realtà, di quanto non si pensi e quelli che si presentano, in apparenza, come due cieli separati, sono solo aspetti multiformi dello stesso firmamento.
Pur appartenenti a due generazioni diverse, Gershwin (1898 - 1937) e Rachmaninov (1873 - 1943) hanno infatti vissuto in gran parte il medesimo periodo storico, in un itinerario esistenziale incrociato e, allo stesso tempo, parallelo. Proveniente da una famiglia di immigrati russi di origini ebraiche, Gershwin (vero nome Jacob Gershovitz) iniziò lo studio del pianoforte con vari insegnanti, cominciando poi a collaborare con una casa editrice musicale, emergendo di lì a poco prima come autore di canzoni e poi di musical di successo. Nato in Russia, nei pressi di Novgorod, Rachmaninov apparteneva invece a un’antica famiglia aristocratica di musicofili, che gli garantì una solida formazione musicale; affermatosi come pianista, compositore e direttore d’orchestra, dopo aver intrapreso varie tournée in Europa e negli Stati Uniti, dal 1918 si stabilì definitivamente a Beverly Hills, divenendo infine cittadino americano.
Seppur con le dovute differenze di stile, in entrambi sopravvive l’attaccamento a una concezione classica della musica e dell’armonia che, in opposizione alle tendenze progressiste del linguaggio musicale europeo maturate fin dagli inizi del XX secolo, trova nel gusto per la cantabilità e nell’impatto virtuosistico strumentale alcune caratteristiche essenziali. Caratteristiche che troviamo puntualmente nella Sonata in sol minore op. 19 per violoncello e pianoforte di Rachmaninov. Composta durante il 1900, la Sonata conferma il ritorno alla creatività del compositore dopo un periodo di inattività dovuta a uno stato di depressione, da cui uscì soltanto dopo mesi di sedute di ipnoterapia.
Per quanto riconducibile al corpus delle “opere giovanili”, la Sonata in sol minore è un’opera fortemente ambiziosa, in cui è evidente la volontà di cimentarsi con la grande tradizione della forma sonata, con i suoi inevitabili riferimenti, primi fra tutti Beethoven e Brahms. Una concezione formale di ampio respiro che trova compiuta espressione nei quattro impegnativi movimenti che compongono la Sonata. Sul filo di un vago lirismo, una breve introduzione (Lento) anticipa l’Allegro moderato, ben scandito nelle sue due idee principali, che sanciscono chiaramente anche la natura dialettica dei due strumenti (più impetuoso il violoncello, più disteso e cantabile il pianoforte nelle rispettive iniziative tematiche) nella scrittura che sovrintende a tutta la Sonata. Sottolineata dal pizzicato del violoncello, la tensione raggiunge il culmine nella sezione di sviluppo, per poi stemperarsi in un’oasi lirica prima della ripresa. Il secondo movimento (Allegro scherzando) è uno scherzo di carattere fantastico, in cui dominano ancora i contrasti tematici, oscurato da uno “stregonesco” e insinuante ostinato del pianoforte. Ma il vero cuore della Sonata è l’Andante, in cui i due strumenti perdono le precedenti spigolosità per fondersi in un unico ed intimo canto pervaso di nostalgia romantica. L’esuberanza torna nel lungo e complesso movimento conclusivo (Allegro mosso), in forma sonata e dunque nuovamente affidato al contrasto lirico/irruento dei temi.

Lo strumento di Gershwin fu sempre e soltanto il pianoforte. Fossero canzoni o pezzi sinfonici come Rhapsody in Blue o An American in Paris, sulla tastiera compose i suoi intramontabili temi, delegando volentieri la strumentazione ad arrangiatori di professione. Che le canzoni di Gershwin siano diventate degli standard, dando luogo a tante versioni nei modi e negli stili più diversi, appartiene, in un certo senso, alla natura stessa di queste straordinarie invenzioni melodiche.
La versione per violoncello e pianoforte di Someone to Watch Over Me (1926) e The Man I Love (1924), due tra le più celebri song gershwiniane, elaborata da Gianni Ferrio, ne costituisce dunque una ennesima trasformazione, al di là delle circostanze e dei musical per i quali furono concepite. Una metamorfosi che elabora creativamente le possibilità musicali insite negli originali, riverberando, in echi di matrice jazzistica, le digressioni armonicamente errabonde di un Bill Evans e suggestioni classicheggianti in cui trovano posto, non certo a caso, anche le tese trame contrappuntistiche di un Rachmaninov in filigrana. E il cerchio si chiude.
Rachmaninov e Gershwin: due autori, due mondi musicali, due cieli, si diceva. Ma il cielo è sempre uno e ciò che muta, alla fine, è solo il punto di osservazione.

Quasi un fuori programma, la conclusione di questo cd si affida a una vera e propria“chicca”: Piccolissima serenata, la celeberrima canzone che Gianni Ferrio scrisse nel 1957su testo di Antonio Amurri, portata al successo da Teddy Reno e ripresa pressoché in tutte le lingue del mondo. Un motivo accattivante, memore forse di un certo immaginario alla Vittorio Mascheroni, che Ferrio con ironia (e autoironia) si diverte a smembrare e a ricomporre sotto nuances armoniche sempre cangianti, in un raffinatissimo quanto sorprendente gioco di ammiccamenti non alieno da riferimenti debussiani e stravinskiani.

Giovanni D’Alò

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